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LETTER [ n. 1 ] Quando pensavo a noi due, ridevo delle nostre infinite confessioni, del nostro girovagare instabile, dei nostri pensieri sempre uguali e alla ricerca di qualcosa di introvabile, eppure così vivi in noi. Ci accomunava l'incapacità di fermarci da qualche parte. Tu dovevi cambiare spesso luogo, ti innamoravi delle città e dei posti dove andavi, qualche volta mi dicevi che forse era perché ti stancavi subito delle cose e che eri così. Io, invece, ero sempre alla ricerca del mio luogo ideale. Quando ti raccontavi e ridevi, io raccontavo me stessa attraverso le tue parole, se mi fossi guardata allo specchio non avrei visto niente di più simile. Bologna era solo un ricordo degli anni di studio, degli amici, delle sere in osteria, di tutte le cose fatte insieme, gli anni dopo erano la nostra vita. Sia tu che io sapevamo che ormai era svanita la speranza di ritrovarci nello stesso luogo, ma era ugualmente bello inseguirci con una telefonata o prendere il treno per poter raccontare la nostra vita, quella di tutti i giorni.Adesso non prendo più quel treno, la destinazione sarebbe troppo ignota, e non ti immagino più in partenza per qualche strano luogo nel mondo. Vengo a trovarti in auto, mi fermo solo qualche minuto, sto in silenzio e poi riparto. A presto, A. |
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LETTER [ n. 2 ] Quel giorno nella piccola camera dell'ospedale eri felice, mi rammarico di non avere scattato qualche fotografia. Non avevo portato con me la macchina fotografica. Mi mostravi con orgoglio le piccole mani di L.. Quando più tardi sono salita in auto, mi sentivo triste, pensavo se io sarei mai stata in grado di occuparmi così pienamente di qualcuno. Un mese dopo, a casa tua, non eri più la stessa la stanchezza piegava il tuo sorriso . Di ritorno dal mio viaggio, al telefono mi dicesti che non ti sentivi bene, che avevi consultato uno psichiatra, che soffrivi di depressione. Da quel momento è iniziato il tuo buio e la mia disperazione. Abbi cura di L.. A presto, A. |
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LETTER [ n. 3 ] Mentre indago sulla tua vita, scopro sempre di più la mia. Ho telefonato a V., pensavo potesse rispondere a quello che cercavo. "Mi scusi, noi non ci conosciamo....io ero un'amica di P., anzi ero la migliore amica" Dall'altra parte del telefono c'è un attimo di silenzio, poi una voce spezzata mi dice che di te non gli è rimasta neanche una fotografia. Prendo coraggio e gli spiego il motivo della mia telefonata. V. non risponde, comincia a narrarmi la vostra vita e i suoi sentimenti. Si dispera per non avere capito, ma è convinto di averti dimostrato tutto quello che poteva. "Posso darle del tu?" gli chiedo ed aggiungo "In fondo ci troviamo nella stessa circostanza". "Mi credi che mi manca" io rispondo di sì. Nelle sue parole finalmente ti ritrovo, mi sento più serena. Credo di capire che non sei diversa, hai solo cambiato il luogo, ma del resto lo facevi sempre. Spero che tu stia bene, un abbraccio, A. |
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LETTER [ n. 4 ] Ti cerco nella mia mente tentando di costruire una nuova immagine di te, ho bisogno di collocarti da qualche parte. Quale paesaggio metterò come sfondo? Mi vengono in mente tutti i tuoi viaggi, le tue telefonate. L'India, la Grecia, Gerusalemme. Cipro, ti piaceva molto, volevi vivere lì. L'Argentina, ti aveva affascinato: mi raccontavi di pianure immense e del tango. Il tango argentino, la tua e la mia passione. Tanti anni fa ti eri messa in testa di portami ad un concerto di Astor Piazzolla, mi parlasti tutto il giorno della sua musica. Io ti ascoltavo un po' scettica, a quei tempi non lo conoscevo ancora. In seguito, la sua musica sarebbe diventata una fedele compagna dei momenti più difficili della mia vita. Che ne diresti di una tua cartolina? Con affetto, A. |
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LETTER [ n. 5 ] Non posso fare a meno di guardare questo filmino. Si sentono le mie risa mentre ti prendo in giro. Io sono seduta sul divano e sto rammendando un costume da bagno, fra due ore partirò per un luogo caldo. Tu stai studiando inglese e ti prepari per andare a Londra. Sei felice, P. ti sta aspettando. "Io parlo anche francese!" Sottolinei con molta enfasi cercando di gareggiare con me. "Quale francese? Ancora devi imparare tre parole di inglese e già parli anche francese!" Ti rispondo. Te ne vai contrariata. Dopo avere filmato a lungo il nostro battibecco, la telecamera si sposta e, a distanza\ di anni, rivedo le stanze dell'appartamento di Roma e vedo noi due mentre ridiamo e parliamo del futuro. Spengo il video registratore e passo a guardare le fotografie di Capodanno. Teniamo in mano i bicchieri di spumante e brindiamo; sono sicura che anche in quel momento il futuro ci appariva lunghissimo. Alla nostra salute! Un bacio, A. |
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LETTER [ n. 6 ] Pronto, sono io! Come stai? A Londra va tutto bene" mi dici al telefono. "Sono contenta. Quando torni?" ti chiedo. "Fra tre mesi" rispondi. Qualche tempo dopo, sempre al telefono, la tua voce non era più così gioiosa. Di ritorno dal corso di inglese, nell'atrio della tua casa londinese, avevi atteso l'ascensore che ti portava al quarto piano; con te era salito un signore ben vestito. Non appena le porte dell'ascensore si erano chiuse, con una mano ti aveva afferrato il collo, immobilizzandoti contro la parete, mentre con l'altra ti strappava i vestiti. Ascoltavo il tuo racconto telefonico senza parlare, ero terrorizzata e non trattenevo il senso di vomito che mi saliva dallo stomaco. Era come se la mano di quell'estraneo fosse scivolata violentemente sul mio corpo invece che sul tuo. Quando la porta dell'ascensore si era riaperta tu giacevi per terra. G. venne a prenderti a Londra, io invece ti attendevo a Bologna. Tutte le mie ansie sparirono quando ti vidi scendere la scaletta dell'aereo. La tua famiglia non seppe mai questa storia, rimase un segreto mio, tuo e di G. Abbi cura di te ed anche di me, A. |
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LETTER [ n. 7 ] Nel ristorante stavo pranzando con i miei colleghi di lavoro, ero allegra. Un attimo dopo, quando ho appoggiato sul tavolo il cellulare, non mi trovavo più. "Pronto, sono G.. Si tratta di P." Sto un attimo in silenzio e poi chiedo: "Cosa è successo?". Chiudo il telefono e finisco il pranzo, torno al lavoro, non riesco a pensare a niente, non riesco a parlare. Telefono a tua madre, poi salgo in macchina e ti raggiungo. Quando arrivo, trovo casa tua piena di persone, tua madre mi abbraccia, M. è in un'altra stanza, da solo. L. sorride, è troppo piccola per accorgersi di quello che è accaduto. Tua madre mi racconta tutto, io mi limito a farfugliare qualcosa, sono confusa. Faccio qualche telefonata di convenienza. Prima di uscire mi avvicino alla finestra del soggiorno, sposto un po' la tenda e guardo fuori. La vista del ponte mi fa venire un senso profondo di vertigine e mi costringe a richiudere la tenda. Sicuramente tu non soffrivi di vertigini, non me ne hai mai parlato. Addio, A. |
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LETTER [ n. 8 ] Avevo bisogno di te per tornare a scrivere. Erano anni che non lo facevo con naturalezza, non avevo niente da raccontare. Come combattere questo dolore? Qualche volta mi chiedo come te la saresti cavata se fossi stata tu, al posto mio, ad essere scaraventata così a pieno titolo nella vita. Se tu ora fossi qui, a riflettere sulle nostre scelte, su cosa è giusto o sbagliato, cosa faresti?. Quale scelta è stata più comoda fra le nostre? Non mi rammarico di averti conosciuta, non potrei, ma qualche volta mi trovo a pensare come sarebbe stata la mia vita senza di te: non la immagino e allora mi chiedo se tutto questo era prevedibile. Io non lo prevedevo, sono stata superficiale? Vorrei parlare con te; una notte mi sei apparsa in sogno, cercavo di renderti felice nelle piccole cose, mi preoccupavo di tutto, ma tu non rispondevi. Hai mai pensato a me? Sono queste le domande che mi faccio ogni giorno. Io e tua madre stiamo cercando di andare fino in fondo, è giusto? Come facciamo a saperlo! Io credo di si. A presto, A. |