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Intensive, una scena ultimativa |
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Nel '95 ho iniziato a collegarmi a Internet, a frequentare i gruppi di discussione e a dialogare in rete. Spesso la qualità del dibattito era inferiore alle possibilità e anche a tutto ciò che, Internet, riusciva a suggerire di nuovo. Era linguisticamente sotto utilizzata. Nel '96 sentivo già la necessità di organizzare una sorta di forum in cui tentare un contatto con un sistema che aveva le potenzialità per ridefinire nuove forme e strategie dell'operare artistico. Internet pareva far collassare definitivamente un sistema dell'arte ormai stanco e inutile, al di là delle logiche di un mercato che quel sistema stimola e nutre. Con la riproposta di moduli tradizionali, l'arte attuale, per quanto ci è dato ancora di coglierla come forma distinta (o forse proprio per questa ormai sopraggiunta impossibilità a farlo) non è più necessaria. D'altra parte la sfera della circolazione del segno si confonde sempre più con quella della sua creazione. Internet (ma non solo) ha rafforzato questo concetto rendendo possibile il "consumo", la veicolazione e soprattutto la produzione diffusa di interi mondi d'immagine personali. Internet ha completato e amplificato segnali già presenti da tempo nella società che indicavano in una dimensione anonima e collettiva la tendenza al futuro di ciò che a fatica potremmo ancora chiamare ambiente artistico o sfera dell'arte. Geometrie, queste, che risultavano già in dissolvimento, essendo ormai "l'opera ad arte" condizione naturale del vivere, disseminata negli anfratti dell'esprimersi quotidiano, nascosta in ogni sua piega. Con lo sforzo ideale e fantastico che sa esprimere, Internet può aprire una tale profonda e complessa interazione con le cose della vita, che le consuetudini e le manie dell'artista ci possono apparire ormai patetiche e insopportabili. E proprio adesso che è ormai conscio dell'inevitabile paralisi della sua azione , l'artista gioca tutte le sue carte sul piano dell'eccesso e del sovraccarico, rilanciando continuamente la posta in una progressiva deriva verso sempre più cupe profondità. Seduzione dello sgradevole, overdose dell'insano. L'artista dà forza ulteriore a questo gioco al massacro generalizzato, servendo la carta ultima, spiazzante e desolantemente ovvia, del sesso e della morte: emozioni forti per menti deboli. L'arte contemporanea non è la sola a contribuire a questa dilagante decomposizione del visivo, vi partecipano indifferentemente i grandi media e anche Internet ne è coinvolta. Con tutto ciò si è instaurata una sorta di dittatura delle forme comunicative, con modelli limitati continuamente ripetuti, ai quali difficilmente ci si può sottrarre. La suggestione della rete, la dimensione collettiva dell'operare e dell'opera, che non è più collocabile e ricercabile in un luogo preciso, è stato l'elemento catalizzante di questo progetto. Intensive, una scena ultimativa, mette in contatto artisti che, pur con modalità diverse, operano attraverso l'utilizzo di materiali fotografici e che con la loro produzione hanno più volte ribadito la loro radicale posizione nei confronti dell'opera e della sua "collocazione". Il tentativo è quello di costituire un luogo d'incontro e di confronto, un laboratorio condiviso privo di mediazioni in cui per la prima volta si confrontano organicamente le diverse esperienze, individuando uno spazio comune nel quale rendere possibile ciò che nella realtà è divenuto sempre più difficile o problematico. INTENSIVE intende in questa fase dare spazio e rendere visibili i risultati e le ipotesi riguardanti proposte e progetti personali, oltrepassando gli ostacoli tradizionali che rendono difficile e onerosa la propagazione del lavoro (il controllo dei canali espositivi, le ingenti spese editoriali e di distribuzione). Ho individuato per questo progetto un certo numero di operatori non necessariamente uniti per identità di intenti, ma perché in qualche modo mi sento a loro vicino, perché mi scopro a pensarli, perché i motivi del loro operare sembrano a volte dare un senso alle mie azioni o perché ho estremo rispetto per quel qualcosa che potrei ancora chiamare qualità del loro lavoro. Per altri invece si tratta di avere avuto parte attiva nel pensare questa iniziativa. In ogni caso per tutti credo esista una base, una condizione condivisa, un humus da cui assorbire sostanza comune. Proprio per questo il "laboratorio" Intensive è diventato sintomatico e rappresentativo di una condizione che non sento solo mia, e non certo nel senso puro di una appartenenza, che peraltro oggi trova nuovi modi e nuove forme per contraddirsi in quella autentica fiera di eteronimi e dell'eterogeneo che è Internet. Nonostante la volontà degli autori nel farsi coinvolgere, forse, parte dei lavori presentati non nascono mirati alla rete o all'ipertesto, nondimeno tutti hanno l'intensità e l'urgenza delle cose assolutamente necessarie. Piero Delucca
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